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10/02/2014

Le rivolte del 1820-1821 nel Regno delle Due Sicilie - Al di qua del faro e Al dì là del faro (parte prima)

Al di qua del faro

Antonio Capece Minutolo e Luigi de’ Medici

Al termine del Congresso di Vienna, come abbiamo visto, le Potenze europee vincitrici decisero la restituzione del Regno di Napoli ai Borbone, e Gioacchino Murat fu costretto ad una fuga precipitosa [1]. All'indomani della convenzione con l'Austria, Ferdinando [2] inviò un proclama da Palermo con cui prometteva il perdono a tutti: si costituì un nuovo governo e il re rientrò via mare a Napoli facendovi un trionfale ingresso. La festa durò vari giorni e lo stesso Pietro Colletta [3] ammise nelle sue memorie che la gioia del popolo fu sincera.

Re Ferdinando volle ristabilire buone relazioni con il Papa, incrinate nel periodo napoleonico dalla confisca di beni ecclesiastici in Sicilia e dalle condanne inflitte ad alcuni preti. Il 25 febbraio del 1815 entrò in vigore un nuovo concordato che ristabiliva gli antichi privilegi della Chiesa. Il 12 giugno dello stesso anno fu firmato a Vienna il trattato d’alleanza con l’Austria, che prevedeva un generale austriaco come capo dell'esercito borbonico e 25.000 soldati a disposizione dell'Austria. La legge 8 dicembre 1816, stabilì l’annessione di fatto della Sicilia con la proclamazione del Regno delle Due Sicilie: uno stato nuovo, in precedenza mai esistito.

Il Ministero della Polizia era passato ad Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa [4], nonostante l'opposizione di alcuni ministri, tra cui il Medici [5], di idee meno reazionarie e ben visto dall’Austria. Spettò al Canosa occuparsi della condanna a morte di Gioacchino Murat dopo lo sbarco a Pizzo Calabro. Cominciò ad epurare la Polizia dagli elementi assunti dal corso Saliceti sotto Giuseppe Bonaparte, ed instaurò un rigido controllo per frenare l'azione delle sette segrete, in particolare quella dei carbonari. A sua volta creò ed organizzò la setta legittimista dei «calderari», a cui distribuì 16.000 porti d'armi, secondo l’accusa mossagli dal Medici, che arrivò a chiederne l’arresto. La vicenda si concluse con la rimozione del Ministro di Polizia [6].

Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa

 

In attuazione al concordato con la Chiesa, fu disposta la restituzione delle proprietà che erano state confiscate agli ordini religiosi: a ciò si opposero Pietro Colletta e i carbonari, che erano diventati piu baldanzosi dopo la scomparsa dalla scena politica del principe di Canosa [7].

La Carboneria

All'inizio del 1800 a Napoli si era formato un folto stuolo di carbonari, ingrossatosi dopo la concessione della Costituzione a Palermo, fomentati per destabilizzare Murat e, più in generale, in funzione anti-francese, dal plenipotenziario inglese Bentinck, vero “padrone” della Sicilia fino al 1814. La Carboneria raccolse adepti nella borghesia, nell'esercito e anche nel clero. Si prefiggeva il passaggio dall’assolutismo regio al regime costituzionale. Rifiutava apparentemente il carattere antireligioso di altre sette, e della massoneria da cui proveniva (e che, in buona sostanza, continuò sempre a controllarla), e chiedeva più libertà e potere per la borghesia.

Nel 1813 si ebbero i primi tentativi insurrezionali a Cosenza, Teramo e Pescara, repressi dai francesi di Murat, che misero a sacco Altilia, considerata centro della setta. Si diffuse quindi anche nell'Italia settentrionale, dove subì l'influsso di altre sette [8].

Il moto del 1820

Dopo la restaurazione borbonica, restava il problema rappresentato dalla componente murattiana nell'esercito. Venne istituita una commissione - presieduta dal gen. Guglielmo Pepe[9] - per decidere le epurazioni. In effetti, lo stesso Pepe era il “capo spirituale” della Carboneria, e questo spiega perché i moti del 1820 si formarono proprio in seno all'esercito. Dopo un tentativo fallito a causa di fuga delle notizie, la rivolta ebbe inizio a Nola, nella notte fra il 1° e il 2 luglio, dove i tenenti Morelli e Silvati presero il comando del reggimento Borbone Cavalleria costituito da 145 uomini. Davanti alla caserma si riunirono altri rivoltosi, al comando dell'abate Menichini, a cavallo in abito talare e armato fino ai denti, e tutti insieme si avviarono poi verso Avellino. Del capoluogo irpino il Morelli proclamò la Costituzione di Spagna in nome del popolo, alla presenza del vescovo.

Il gen. Pepe seguiva da Napoli l’andamento della rivolta, agevolandola frenando l’intervento della gendarmeria. Il re, all’oscuro dei tutto, si trovava a bordo della Galatea per andare incontro ai duchi di Calabria che venivano dalla Sicilia. Tra il 5 e il 6 la situazione precipitò: anche i reggimenti di cavalleria Regina e Dragoni aderirono alla rivolta insieme a quello di fanteria Re di Napoli: il Pepe raggiunse i rivoltosi ad Avellino e ne prese il comando. Rientrato a Napoli, Ferdinando si convinse a concedere quanto gli veniva chiesto: «il re di piena volontà prometteva di pubblicare entro otto giorni le basi della Costituzione» [10].


Guglielmo Pepe

 

Fu nominato anche un nuovo governo e, a causa dello stato di salute del sovrano, il principe Francesco fu ancora una volta nominato Vicario Generale. Il 7 luglio del 1820 fu promulgata la Costituzione.

Le truppe in rivolta, con il Morelli a capo, giunsero davanti al Palazzo Reale. Seguirono i generali Pepe e Napoletani ed il colonnello De Concilj, nonché l'abate Menichini con circa 7.000 carbonari. Il gen. Pepe ottenne di essere ricevuto da Ferdinando, che si impegnò ad osservare la Costituzione.

Il periodo costituzionale

Le elezioni avvennero regolarmente e il Colletta riporta che i «collegi elettorali furono affollati come in paesi di antica libertà». Il 1° ottobre del 1820 ebbe luogo la seduta inaugurale del Parlamento. Il Pepe, accompagnò il re all'assemblea e dopo che il Vicario ebbe letto il discorso della corona, depose simbolicamente «ai piedi del Re il comando supremo dell'esercito costituzionale».

Anche in Sicilia intanto avvenivano cruente rivolte, come riportato nella parte “Al di là del faro” della presente lettura. Il governatore Naselli fu sostituito, e venne inviato l’esercito al comando del generale Florestano Pepe [11].

Le potenze della Sacra Alleanza guardarono con sospetto agli avvenimenti del Regno siculo-napoletano. L’Inghilterra inviò a Napoli la flotta. Il 25 luglio 1820 Metternich manifestò la sua riprovazione rifiutandosi di ricevere l'inviato del Regno, principe Cariati. Fu convocata quindi una conferenza a Troppau ove si discusse il modo di intervenire nel Regno. L'Austria era propensa ad intervenire con le armi, ma prevalse la linea di Russia e Prussia di convocare a Lubiana re Ferdinando per richiamarlo ai suoi doveri di alleato.

Il ministro austriaco Metternich

 

Ferdinando informò il Parlamento di questo invito, ed assicurò il governo che a Lubiana avrebbe difeso la Costituzione, che ormai faceva parte del patrimonio legislativo nazionale. Arrivò a Lubiana il 18 gennaio del 1821, dove però gli fu imposto che le cose ritornassero come prima della rivolta. Nello stesso momento gli ambasciatori della Santa Alleanza a Napoli informarono il principe Francesco dell’invio nel regno dell’esercito alleato. Il Parlamento si dichiarò pronto alla guerra contro la Santa Alleanza e fu disposto l’invio di un'armata alla difesa del Garigliano e di un'altra in Abruzzo.

L'esercito austriaco non si fece attendere ed il generale Pepe diede battaglia a Rieti, dove però fu sconfitto. Gli Austriaci entrarono a Napoli il 23 marzo e la Costituzione venne annullata.

L’occupazione austriaca e la morte di Ferdinando

Ferdinando, ormai settantenne, richiamò al Ministero di Polizia il Capece Minutolo, principe di Canosa, dandogli mandato di punire i responsabili della rivoluzione e di effettuare una severa epurazione. Morelli e Silvati furono condannati a morte e giustiziati, mentre ad altri 28 la pena capitale fu convertita in reclusione. Gli Austriaci, che erano a Napoli come dominatori, imposero nuovamente il ministro Medici come capo del governo, ed il  Canosa fu rimosso a causa delle vecchie ruggini.

Luigi de’ Medici, dei principi di Ottaviano

 

Ferdinando si recò quindi al Congresso di Vienna, dove ottenne che l'armata di occupazione – che gravava interamente sulle casse del Regno - fosse ridotta. Il re rientrò a Napoli il 6 agosto del 1823 dopo un'assenza di circa otto mesi. Ebbe modo di veder terminata la chiesa di San Francesco di Paola, da lui voluta di fronte a Palazzo Reale. Nei primi giorni del gennaio del 1825 re Ferdinando incominciò a non sentirsi bene e chiese di essere dispensato dal ricevere in udienza. Morì nella notte del 4 gennaio [12].

Al di là del faro

Il contesto politico

Come abbiamo già scritto in base al regio decreto dell’8 dicembre 1816 sia la Sicilia che Napoli cessano di essere regni autonomi. Ferdinando, che era IV di Napoli e III di Sicilia diviene I di un regno unico dove entrambi i regni diventano “provincia” del Regno delle Due Sicilie [13] con capitale Napoli mentre Palermo diventa semplicemente “capovallo”.

Re Ferdinando I

 

Non vogliamo in questa sede giudicare se sia stata una mossa politicamente giusta o no, nata nell’ambito del Congresso di Vienna, ma possiamo certamente valutare le conseguenze che l’abolizione dell’articolo della Costituzione del 1812 che proclamava la separazione della Sicilia da Napoli: si venne a creare un movimento antinapoletano poderoso che caratterizzò il periodo che dal 1816 arriverà al 1860 e che portò allo sfascio il Regno delle Due Sicilie.

In questo stesso periodo tuttavia assistiamo anche al proseguire di quel processo di modernizzazione avviato nell’isola nel Settecento illuminista napoletano e proseguito durante il “protettorato” inglese, in analogia, se non in sintonia, a quanto succedeva nella penisola durante il periodo “murattiano”. Non dobbiamo però mai dimenticare che il processo di modernizzazione, sia a Napoli che in Sicilia fu “calato dall’alto”. Nel napoletano dall’influsso della rivoluzione francese e nel siciliano dall’influsso del liberalismo inglese. I processi di democratizzazione e modernizzazione vera, hanno bisogno di secoli per maturare e, per essere duraturi, devono essere intrinseci della storia di uno Stato. Nel momento in cui vengono imposti dall’alto o si costringe a suon di decreti o di bombe ad accettare una seppur più valida forma di governo si va incontro a ciò cui stiamo assistendo oggi in Iraq e in Afganistan.

Nel caso delle Due Sicilie il codice murattiano venne esteso per decreto anche alla Sicilia, che già stentava ad assorbire il costituzionalismo inglese. In ogni caso il passaggio dal regime feudale al regime borghese portò innegabili vantaggi al regno borbonico da cui scaturirono i numerosi “primati” e i fiori all’occhiello del Regno, ma non dobbiamo perdere d’occhio che questa “positività” è fortemente inficiata dalla “negatività” politica accumulata dai Borbone nel periodo della restaurazione [14].

Allora come oggi l’apparente benessere di una piccola parte della popolazione non significa che lo Stato stia bene. Senza considerare che le maggiori industrie erano già fin da allora in mano a capitali stranieri.

Ma torniamo a noi.

Già lord Bentinck prospettava in una lettera del 1814 al principe Francesco, nell’ipotesi di abolizione dell’indipendenza siciliana, un “grande spargimento di sangue” [15].

Lord William Bentinck

 

La previsione di Lord Bentinck era politica, non astrologica.

All’indomani del proclama dell’8 dicembre 1816 i siciliani però rimasero stranamente passivi perché, come racconta Paternò Castello, uno dei protagonisti dell’epoca, riferendosi anche ad anni più tardi “Ma che far potea la Sicilia scorgendo l’Europa tutta sotto il giogo della Santa Alleanza compressa? E trentamila baionette austriache in Napoli pronte a sostenere i ministri oppressori?” [16].

E il sangue arrivò, nel 1820, nel 1848 ed infine nel 1860. E sempre il “fil rouge” fu l’astio contro i Borbone per l’abolizione del regno più antico d’Italia, quello di Sicilia, come ben si comprende dall’appello dei profughi siciliani, redatto da Michele Amari ed indirizzato a Lord Palmestron “Noi non domandiamo grazia, amnistia, ritorno dall’esilio: espedienti inutili e inadeguati ai mali della patria; non domandiamo nulla di nuovo né di esorbitante; noi domandiamo nel 1856, quello che domandammo nel 1848, nel 1820, nel 1821, nel 1648, nel 1282; domandiamo la ragione, il giusto, il necessario; domandiamo di non perire.”[17]

Non tutti i siciliani erano convinti della necessità dell’indipendenza da Napoli: molti, la maggior parte, erano convinti che la Sicilia non avesse le forze per reggersi da sola e che sarebbe stata, staccandosi da Napoli, fagocitata o dall’Inghilterra o dalla Francia o dalla Russia. A Napoli di contro non tutti erano centralisti e molti auspicavano un ritorno a quel federalismo felicemente sperimentato da Carlo III. Non vi era purtroppo nessuno che avesse l’autorità politica di suggerire al sovrano questa semplice soluzione.

Sappiamo già dai capitoli precedenti che le due Sicilie espressero durante il regno dei Borboni grandi intellettuali, grandi santi, grandi eroi, ma mai espressero un grande statista accanto ai suoi Re. Poi la guerra intestina tra Napoli e Sicilia travolse ogni cosa, riducendo a provincia di uno Stato straniero (quello di Sardegna) entrambi i contendenti.

Gaetano Filangieri

 

È pur vero che un grande stato meridionale lo vollero le grandi potenze riunite in Congresso a Vienna e lo volle pure re Ferdinando, ma la creazione del nuovo Stato fu gestita da politici napoletani e siciliani che si rivelarono incapaci. Il Medici aveva suggerito di tornare al “federalismo” di Re Carlo che aveva creato, ricordiamolo, uno Stato meridionale su basi unitarie centralizzate per gli affari politici generali e su basi di autogoverno locale per gli affari interni di ciascuno Stato. Ma il suo rimase solo un suggerimento, certamente non si adoperò per realizzarlo. Le potenze del Congresso di Vienna non erano contrarie a tale soluzione: ad esse interessava, una volta scomparso il pericolo napoleonico, la restaurazione del grande stato meridionale, tant’è che nel testo originale francese Re Ferdinando era riconosciuto “Roi de Deux Siciles”. Nella traduzione italiana, fatta dal ministro Alvaro Ruffo divenne “Re del Regno delle due Sicilie”. L’errore di traduzione, non sappiamo quanto in buona o malafede, non fu rilevato, per convenienza da Metternich e per indifferenza da Castelraigh, con la conseguenza che lo Stato meridionale unitario su base federale divenne Stato unitario centralizzato [18]. Senza considerare che i due stati durante il periodo napoleonico avevano subito tipi di sviluppo diversi: Napoli si era sviluppata sul modello francese-murattiano, la Sicilia sul modello inglese. A Napoli i borbonici si erano ben amalgamati con i murattiani e tutti si trovarono d’accordo sulla centralizzazione e l’unificazione dei due Stati. Non così in Sicilia, che aveva applicato il modello costituzionale inglese.

Per la Sicilia non si trattò quindi di accettare ciò che era stato fatto durante il decennio inglese, come per i napoletani il periodo murattiano, ma si trattò di rigettare le riforme ottenute e sostituirle con quelle murattiane. Senza considerare che a Napoli c’era un partito murattiano filofrancese che in Sicilia non era mai esistito, dove c’erano costituzionalisti filoinglesi e democratici.

Senza alcuna forma di diplomazia fu deciso di imporre il modello murattiano alla Sicilia tanto che storici del periodo come il siciliano Paternò Castello [19] e il napoletano Luigi Blanch [20]parlarono di “conquista” e di distruzione dei due fra i più antichi Stati italiani. [21]

A causa della creazione di questo nuovo Regno e della sudditanza politica di Ferdinando I all’Austria, in una Europa che cambiava velocemente, il Mezzogiorno cancellò la sua grande tradizione statale normanna, sveva, angioina, aragonese e anche quella borbonica di Carlo e di Ferdinando “ante Congresso” e finì per confluire nell’unità nazionale italiana, realizzata dai piemontesi, con una così clamorosa disfatta che lo condannò ad una marginalità mai più riscattata.

Questo era il clima creatosi all’indomani dell’editto dell’8 dicembre 1816. Si capisce bene che la fusione dei due Regni si basava su presupposti fragilissimi e non poteva non sfociare in rivolta non appena se ne fosse presentata l’occasione.

Questa si presentò nel 1820 quando, scoppiata la rivoluzione in Spagna, questa deflagrò anche nel Regno delle due Sicilie e per di più ebbe inizio nella parte continentale, quella ritenuta più salda, per mano dei tenenti Morelli e Silvati che, come già riportato in precedenza, a capo di un centinaio di militari della Reale Cavalleria disertarono dai quartieri di Nola e iniziarono la loro marcia reclutando altri disertori e popolani al grido di “Viva Dio, Re e Costituzione”. Se solo il governo borbonico avesse avuto un minimo di consistenza avrebbe represso facilmente questa diserzione, ma era talmente debole che dopo appena quattro giorni il re emise un editto con il quale prometteva al popolo la Costituzione sulla falsariga di quella di Cadige. Quello che stiamo criticando non è “il concedere la costituzione” ma “il come” concederla. Un comportamento che mette a nudo la debolezza e l’inefficienza del quinquennio amministrato dal ministro Medici.

La rivolta della Sicilia

Una settimana dopo anche in Sicilia, resisi consapevoli della debolezza dello stato, scoppia la rivolta. Ma qui come al solito, ci si divise: nella Sicilia orientale, Messina e Catania, la rivolta fu di matrice costituzionale e in linea con i rivoltosi napoletani si chiese la costituzione spagnola, nella Sicilia occidentale, capeggiata da Palermo e Agrigento, la vicenda fu più travagliata; inizialmente si chiese la costituzione del 1812 e successivamente si accettò di aderire a quella spagnola a condizione però di aver riconosciuto per la Sicilia governo e Parlamento propri. La Sicilia non chiedeva l’indipendenza, tanto è vero che chiedeva al governo rivoluzionario insediatosi a Napoli di riconoscere il Parlamento e il governo siciliani [Colletta,Storia del Reame di Napoli]. Chiedeva il federalismo di Re Carlo e di Tanucci, ma a Napoli non capirono o non vollero capire tanto che non solo rifiutarono di riconoscere il parlamento siciliano ma inviarono le truppe col compito di reprimere la sovversione.

 

Medaglia 1820 in argento coniata a Palermo per la rivoluzione del 1820. 

A questo punto della storia è bene fare il quadro delle posizioni nelle varie province del Regno: la Puglia, la Calabria, la Lucania, il Molise e la stessa Campania, chiedevano una federazione delle rispettive province, mentre le sette carbonare di Messina e Catania erano d’accordo con il centralismo di Napoli. Palermo invece chiedeva un Parlamento e un governo separati da Napoli. Come si vede non esisteva uno spirito pubblico unitario meridionale. Né nella penisola né nell’isola. Nell’isola poi l’assenza di una guida politica e di una chiarezza programmatica portarono alla rivolta ben 120 comuni in molti dei quali furono compiute efferatezze e vendette private. La frammentazione del movimento fu tale che depoliticizzarlo fu estremamente facile e a nulla valsero le squadre di popolani organizzate dal colonnello Requesenz e da Giovanni Aceto con l’intento di difendere Palermo e i suoi dintorni dalle truppe inviate da Napoli, da Catania e da Messina. Erano 25.000 gli uomini agli ordini di Florestano Pepe appoggiati dalla flotta militare e 800 regolari più i guerriglieri guidati dal colonnello Gaetano Costa da Siracusa.

La convenzione del 5 ottobre 1820: un'occasione persa

Come si può capire ci troviamo nel bel mezzo di una doppia guerra civile, quella di Palermo contro Napoli e quella tra le città della Sicilia occidentale e orientale. Le truppe alleate del Costa e del Pepe ebbero presto ragione dei guerriglieri urbani che difendevano Palermo e, a detta dello stesso Pepe [22], fu solo la mediazione del principe di Paternò che impedì un massacro fratricida firmando la convenzione del 5 ottobre.

Napoli, Messina e Catania non furono d’accordo, considerando tale convenzione troppo generosa, tanto che a Napoli non si ebbe alcun rispetto per quanto convenuto dal Pepe, che fu costretto a dimettersi e sostituito dal generale Pietro Colletta cui fu ordinato di mettere ordine nella città.

Il Pepe non aveva agito con leggerezza ma in base ai suggerimenti di Carlo Filangieri e di altri membri della giunta di governo, propensi a cercare un accordo duraturo per di salvare l’unità della nazione. Lo stesso Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli. Il Colletta, così come l’Aceto, parlano di Napoli e Sicilia come di stati confederati [23].


Pietro Colletta

 

In ogni caso l’annullamento della convenzione del 5 ottobre, frutto del lavoro del fior fiore delle delegazioni delle province continentali e isolane, fu un avvenimento determinante per le sorti del Regno delle due Sicilie. Se il governo di Napoli avesse colto quell’opportunità, non così facile gioco avrebbe avuto la politica espansionistica cavouriana!

Anche l’invio del Colletta non si rivelò una buona mossa, il suo autoritarismo militare servì solo ad esasperare gli animi e a rafforzare sentimenti indipendentisti che esitarono in una disobbedienza civile massiccia. Fiorirono opuscoli e giornali che invocavano l’indipendenza ed i siciliani si dimisero in massa dalle cariche pubbliche. Si viveva in stato di anarchia tanto che Colletta scriveva, in una lettera del 7 dicembre 1820, ai ministri della Marina e della Guerra “La Sicilia ha in se tutti i germi di uno sconvolgimento generale (…). Non è in aperta insurrezione, ma non è tranquilla; gli abitanti e fra questi li Palermitani, distintamente non ci combattono, ma ci aborrono; le autorità sono piuttosto sofferte che rispettate; e le leggi più tollerate che obbedite. Da questo stato a quello di aperta rivolta il passaggio è brevissimo, e perciò i rimedi parziali sono inefficaci.” [24].

E lo stesso riferiva il Nunziante, che sostituì il Colletta dimissionario. Il Colletta aveva istaurato un regime di occupazione che compattò tutta la Sicilia nell’odio per Napoli, anche le città orientali inizialmente favorevoli all’unità politica con Napoli. Insomma in quegli anni il Re di Napoli, perché solo questo era diventato per i siciliani e non più “Sa majesté sicilienne”, e soprattutto il suo governo inanellarono una tal serie di errori di cui ancora stiamo pagando le conseguenze.[25]

La situazione era confusa, variabile, equivoca, incerta e fu in questo clima che giunse la notizia (9 febbraio 1821) che veniva ritirata la Costituzione, in conformità alle decisioni prese a Lubiana da un “vertice” europeo manovrato dall’Austria. E a scanso equivoci, mentre Re Ferdinando veniva trattenuto a Lubiana, un contingente austriaco forte di 50.000 uomini, al comando del generale Frimont, varcava il Po diretto verso il Napoletano. I napoletani e i siciliani si resero conto del pericolo di farsi trovare divisi e il 16 febbraio 1821 firmavano un accordo in cui si riconosceva la costituzione presentata da una commissione di sette membri (uno per ogni provincia) presieduta da Ruggero Settimo [26], in cui si riconosceva che l’unità politica non comporta di necessità uniformità nei sistemi e nei metodi i amministrazione. Ma ormai era troppo tardi, il 23 marzo gli austriaci entravano in Napoli e il 31 maggio entravano a Palermo. L’occupazione ebbe termine nell’aprile del 1826. Fu in questa fase che in Sicilia proliferarono le “vendite” carbonare con il relativo seguito di repressioni e condanne esemplari.

Ruggero Settimo. Palermo, Museo del Risorgimento.

 

La situazione sembrò avere una svolta positiva con l’ascesa al trono del giovane Ferdinando II, l’8 novembre del 1830, ma di questo parleremo in un altro capitolo.

 Fonte : http://www.ilportaledelsud.org      --- art. di Fara Misuraca Alfonso Grasso Febbraio 2007

Fine prima parte


Note

[1] Quando tentò di riconquistare il Regno sbarcando con un pugno di uomini a Pizzo Calabro, fu catturato e, dopo un processo sommario, fu fucilato. Un detto popolare dell’epoca, diceva: «Giacchino facette 'a legge e Giacchino murette».

[2] La regina Maria Carolina era morta a Vienna l’8 settembre del 1814. Ferdinando portò il lutto per due mesi, quindi sposò la sua amante, Lucia Migliaccio, nominandola duchessa della Floridiana. Il matrimonio non piacque al principe ereditario Francesco, che avanzò delle critiche sulla moralità della Migliaccio. Re Ferdinando replicò, si racconta, con un “pienz’a mammeta!”, alludendo agli amanti della defunta Maria Carolina. Lucia Migliaccio rimase sempre in disparte, senza ingerire negli affari di stato.

[3] Pietro Colletta (Napoli 1775 - Firenze 1831), nel 1799 aveva aderito alla Repubblica Partenopea. Napoletana. Ingegnere e generale dell’esercito sotto Murat, fu riconfermato nell’incarico dopo la restaurazione borbonica. Nel 1823 andò volontariamente in esilio a Firenze, dove si dedicò agli studi storici, pubblicando la Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825.

[4] Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, (1768-1838) aveva svolto un’intensa attività diplomatica volta alla restituzione del Regno di Napoli ai Borbone. Ottenne l’impegno del plenipotenziario spagnolo al Congresso di Vienna, Pedro Gomez Labrador, di non firmare alcun atto, se non fosse stata prima decisa la restituzione del trono di Napoli a Ferdinando IV. Il Metternich, finì per acconsentire, anche se impose ai Borbone di riconoscere la convenzioneCasalanza.

[5] Luigi de’ Medici, dei principi di Ottaviano (Napoli 1759 - Madrid 25/01/1830), fu Reggente della Vicaria dal 1791 al 1795 quando, implicato nelle congiure anti-borboniche, subì l’arresto e la prigione, ma venne presto prosciolto. Gentiluomo di Camera del Re di Napoli e Sicilia, dal 1814 fu Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sicilia, e quindi del Regno delle Due Sicilie fino al 1830.

[6] Il principe di Canosa si ritirò a Pisa, dove approfondì i suoi studi e terminò alcune sue opere. La sua figura viene richiamata ancor oggi quando si parla. In senso dispregiativo, di “Ministro della Polizia Borbonica”. In realtà, il principe di Canosa, fu un politico preparato ed acuto, anche se non al passo coi tempi.

[7] La Carboneria nel 1818 nel regno delle Due Sicilie, secondo il Pepe, aveva circa 300.000 affiliati, secondo il Colletta più di 600.000, mentre lo Schipa dice che in un documento della cancelleria di Vienna si parlava di 800.000 carbonari. Il Moscati ci riferisce che Ferdinando IV poco prima dello scoppio dei moti del 1820 avrebbe detto: «la Carboneria è così diffusa che poco manca che non lo sia anche io».

[8] Il frasario carbonaro era tratto dal gergo dei commercianti del carbone e il neofita ne veniva a conoscenza dopo una sanguinolenta cerimonia di iniziazione, che venne poi esportata alla camorra, attraverso i contatti in carcere. Gli adepti si suddividevano in 9 gradi gerarchici, mentre i luoghi di riunione si chiamavano baracche, vendite, vendite madri e alte vendite. Numerosi furono i tentativi insurrezionali ispirati dalla Carboneria in quasi tutte le regioni d'Italia. Pio VII nel settembre 1821 scomunicò la setta.

Le azioni del 1831, nate sull’onda della rivoluzione parigina del 1830, chiusero il ciclo delle insurrezioni carbonare in Italia. Il progressivo distacco della setta dal tessuto sociale, l'ambito ristretto in cui si proponeva, la frammentarietà delle azioni prive di un coordinamento operativo comune, la violenza degli adepti portarono la Carboneria alla disgregazione.

[9] Nato a Squillace il 13 febbraio 1783, nel 1799 combatté a Napoli per la Repubblica Napoletana. Entrò quindi nell'esercito di Napoleone distinguendosi in molte battaglie, e fu al servizio di Giuseppe Bonaparte, di Gioacchino Murat, e Ferdinando I. Fu alla testa del moto del 1820. Comandò il corpo di spedizione napoletano gli Austriaci nel 1848, e partecipò alla difesa della repubblica di Venezia di Daniele Manin nel 1848 e 1849. Si rifugiò quindi a Parigi. Rientrato in Italia, morì a Torino l’8 agosto 1855.

[10] Giornale delle Due Sicilie del 6 luglio 1820.

[11] Era il fratello di Guglielmo. Ufficiale di grandi capacità ed esperienza, nonché di provata fedeltà al sovrano, aveva partecipato alle guerre contro la Francia rivoluzionaria e poi napoleonica. Per il suo valore si distinse anche nella Campagna di Russia e poi nel 1821 nella battaglia di Rieti. Morì nel 1851.

[12] La seconda moglie lo segui nella tomba l'anno seguente, il 26 aprile del 1826.

[13] La differenza linguistica è sottile ma consistente, fino all’8 dicembre 1816 Ferdinando era stato Re delle due Sicilie (dei Regni delle due Sicilie, utriusque Siciliae, quella insulare e quella peninsulare) Da ora in poi è Re del Regno delle Due Sicilie (un solo regno).

[14] Non è azzardato dire che il nostro Regno passò da un “protettorato” all’altro: francese a Napoli, inglese in Sicilia ed infine austriaco nelle Due Sicilie.

[15] Lettera di Lord Bentinck al principe vicario Francesco, riportata da Capograssi in Gli inglesi in Italia e citata da Renda in La Sicilia del 1812, p. 437.

[16] Paternò Castello, Saggio storico e politico, p. 110; Renda, Storia della Sicilia, p. 833.

[17] Ugo De Maria, L’opera degli emigranti politici siciliani nel ’56, cit. da Renda in Storia della Sicilia, p. 834.

[18] Renda, Storia di Sicilia, p. 836

[19] Op. Cit.

[20] Luigi Blanch, Mémoire sur la Sicile, 1822, in Scritti storici , 1945, p. 256.

[21] La sensazione di “conquista” nel popolo minuto derivava anche dai maggiori poteri di controllo concessi alla polizia, dalla introduzione della tassa di bollo per i documenti da produrre nei tribunali, dalla abolizione della lotteria di Palermo, dalla abrogazione dei “tre Valli” (Mazara, Noto e Demone) e dalla divisione in sette province o intendenze, che causò enormi danni economici alla città di Palermo ed infine ma non ultima, l’istituzione della leva obbligatoria in Sicilia, per i giovani dai venti ai ventisei anni, esentando solo chi si fosse sposato prima dei vent’anni e i laureati in medicina o giurisprudenza. Questa disposizione, in uno stato che mai aveva conosciuto la leva obbligatoria causò gravi sconvolgimenti sociali: crebbero a dismisura i matrimoni tra minorenni, le università si riempirono, i meno abbienti per sfuggire alla leva, ricorsero ad automutilazioni o si diedero alla latitanza e al banditismo.Anche il concordato che restituiva alla Santa Sede i patrimoni confiscati non fu ben visto e infine la goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione di affidare solo a napoletani le cariche dell’ordinamento giudiziario [Quatriglio, Mille anni in Sicilia, pp 193-194].

[22] La convenzione fu firmata il 5 ottobre a bordo del cutter Racer, dal Pepe e dal Paternò e prevedeva oltre la resa delle armi, la convocazione di un’assemblea siciliana che votasse per la separazione o per l’unità, il riconoscimento della costituzione del 1812, con opportune modifiche e il riconoscimento del Re. L’intera convenzione è riportata da Cortese in La prima rivoluzione, p 156-157.

[23] Colletta tratta della questione, pur contestandone la praticabilità. In effetti la soluzione federalistica, se concessa alla Sicilia, aveva da concedersi anche alle altre province continentali del Regno; inoltre cambiare radicalmente l’ordinamento statuale non era né facile né gradito a Napoli.

[24] In Renda, Storia della Sicilia, p. 882, cit. da Cortese, La prima rivoluzione.

[25] Nda. Quello che sta succedendo in questi anni, ancora lontani dal famigerato 1860, dovrebbe far capire che purtroppo siamo stati NOI, a consentire ai Savoiardi, che purtroppo non si dimostrarono biscotti da intingere nel cappuccino, di impadronirsi del più grande e importante Stato della penisola italiana. Gli interessi personali dei “ministri” e la debolezza politica del Re di fronte alla Santa Alleanza, hanno decretato la morte di un intero popolo per mano di un invasore “liberatore”. Un popolo che, nonostante le beghe politiche, aveva le sue industrie, le sue imprese e viveva in maniera decorosa fu ridotto in miseria. Anche nell’Iraq di Saddam, la maggior parte del popolo viveva decorosamente. Anche in quel caso, il “provvido occidente”, nelle vesti di Bush “liberatore” ha distrutto la “cattiva” politica (di origine americana , ma questo è un altro discorso), e con essa il popolo e la vita del popolo.

[26] Era uno dei massimi esponenti dei liberali palermitani. Fu esule a Malta e morì nel 1863.


Bibliografia

  • Colletta, P., Storia del Reame di Napoli, introduzione di N. Cortese, L.S.E., 1969
  • Correnti, S., Storia della Sicilia, Periodici locali Newton, 1997
  • Cortese, N., La prima rivoluzione separatista siciliana (1820-1821) L.S.E., 1951
  • Paternò-Castello, F. Saggio storico e politico, introduzione di Massimo Ganci, Edizioni della regione siciliana, 1969
  • Quatriglio, G., Mille anni in Sicilia, Marsilio, 1996
  • Renda, F., Storia della Sicilia, Sellerio, 2003
  • Gleijeses, V., La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977
  • Gleijeses, V., La guida storica, artistica, monumentale, turistica della città di Napoli e dei suoi dintorni, Società Editrice Napoletana, 1979.
 

 

Inserito da: Giovanni Cervero

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