Ormai era tutto chiaro: tanto c’è lui. E che fosse notte, di quelle cupe, e facesse freddo; o che si giocasse a mezzogiorno, e dunque ci si sciogliesse al sole; che s’andasse incontro a Madame, il fascino indiscreto dell’aristocrazia o si rischiasse di ritrovarsi sul ciglio del burrone, spalancato dalla provinciale: ieri, oggi e domani resta Edinson Cavani. Ed è un richiamo mica solo della memoria, ma di tre anni che sono rimasti incartati nella carne, perché l’ultima estate, la più torrida e «invivibile», è stata consumata inseguendo un’ombra, un fantasma e anche una seducente ossessione. Centoquattro gol e non ce n’è una, che sia anche una soltanto, derubricata a banalità assoluta, ridotta a dettaglio emozionale d’una fusione tra corpi e anime squagliatesi per un po’ dopo il divorzio e poi ricomposte, silenziosamente, anche teneramente, perché certi amori non finiscono.
NON ESULTO. Si scrive Cavani e si ripensa, fatalmente, al matad’or, ma scritto proprio così, perché c’è stato un tempo, e sembra ieri, in cui si scavano pepite a piedi nudi, tra le caverne del nulla più assoluto – palloni vaganti nell’emisfero australe o nella terre di nessuno – o nell’orgia di un’area di rigore, emergendo tra decine di gambe e per imporre quel fisico scultoreo e le raffinate sensazioni di un rabdomante. Ci sono centoquattro emozioni sparse qua e là tra i gorgheggi di quel triennio – le qualificazioni in Champions, la coppa Italia e uno status costruito in quella galleria dei capolavori – che ora sfilano dinnanzi agli occhi, un po’ inumidiscono le guance di una Napoli riconoscente e un po’ l’illuminano sentendo ciò che Cavani ha confessato a un amico piombato a Parigi in anticipo, per viverselo ancora, sperando che non accada ciò che invece appartiene al ventaglio più probabile delle sue possibilità. «Ma io se segno non esulto». BRIVIDI. E sarà un istante, quello dell’ingresso in campo, o un’ora e mezza, quell’ansia prolungata a inseguirlo con lo sguardo, a rivederne le movenze, a temerne il «graffio», lo «sfregio» ad una notte che non è per Neymar e neanche per Mbappè, che non ha altri re (dall’altra parte del campo, s’‘intende) che non si chiamino Edinson Cavani, un sentimento mica un rimpianto, nel quale anche De Laurentiis andrà a tuffarsi nostalgicamente in quell’eroe di una epoca indimenticabile. Prima uno sguardo all’attualità, agli insulti che riceve in città: «Non sapete di cosa si tratta, quando lo scoprirete farete il “mea culpa”. Diffondete delle immagini non sane, che non riflettono la verità. Inchiesta di Report? Dovevo aspettare quel servizio per farmi un’idea? Parliamo di calcio da 14 anni… Queste domande vanno fatte al ministro degli Interni». Poi Edinson: «Cavani lo volli io da Palermo e lui ha ricambiato segnando una valanga di reti. Il giorno in cui penserà di tornare a Napoli, Edi troverà sempre le porte aperte. E quando vorrà ridursi lo stipendio, sarà il benvenuto perché la gente lo attende. Io con lui non sono mai stato arrabbiato e se vorrà venire ancora da noi, lo riabbracceremo con affetto». Ma con la speranza, per una sera, magari anche per due, ripensando al ritorno del san Paolo, che almeno el matador resti avvolto (quanto Napoli) in quel turbamento ch’è piacere ma anche tremolio, inquietudine, tormento che si sovrappone all’estasi e che nessuno debba spingersi a sussurrargli, sorridendo amaramente: tu quoque, Cavani?
fonte:corrieredellosport
NON ESULTO. Si scrive Cavani e si ripensa, fatalmente, al matad’or, ma scritto proprio così, perché c’è stato un tempo, e sembra ieri, in cui si scavano pepite a piedi nudi, tra le caverne del nulla più assoluto – palloni vaganti nell’emisfero australe o nella terre di nessuno – o nell’orgia di un’area di rigore, emergendo tra decine di gambe e per imporre quel fisico scultoreo e le raffinate sensazioni di un rabdomante. Ci sono centoquattro emozioni sparse qua e là tra i gorgheggi di quel triennio – le qualificazioni in Champions, la coppa Italia e uno status costruito in quella galleria dei capolavori – che ora sfilano dinnanzi agli occhi, un po’ inumidiscono le guance di una Napoli riconoscente e un po’ l’illuminano sentendo ciò che Cavani ha confessato a un amico piombato a Parigi in anticipo, per viverselo ancora, sperando che non accada ciò che invece appartiene al ventaglio più probabile delle sue possibilità. «Ma io se segno non esulto». BRIVIDI. E sarà un istante, quello dell’ingresso in campo, o un’ora e mezza, quell’ansia prolungata a inseguirlo con lo sguardo, a rivederne le movenze, a temerne il «graffio», lo «sfregio» ad una notte che non è per Neymar e neanche per Mbappè, che non ha altri re (dall’altra parte del campo, s’‘intende) che non si chiamino Edinson Cavani, un sentimento mica un rimpianto, nel quale anche De Laurentiis andrà a tuffarsi nostalgicamente in quell’eroe di una epoca indimenticabile. Prima uno sguardo all’attualità, agli insulti che riceve in città: «Non sapete di cosa si tratta, quando lo scoprirete farete il “mea culpa”. Diffondete delle immagini non sane, che non riflettono la verità. Inchiesta di Report? Dovevo aspettare quel servizio per farmi un’idea? Parliamo di calcio da 14 anni… Queste domande vanno fatte al ministro degli Interni». Poi Edinson: «Cavani lo volli io da Palermo e lui ha ricambiato segnando una valanga di reti. Il giorno in cui penserà di tornare a Napoli, Edi troverà sempre le porte aperte. E quando vorrà ridursi lo stipendio, sarà il benvenuto perché la gente lo attende. Io con lui non sono mai stato arrabbiato e se vorrà venire ancora da noi, lo riabbracceremo con affetto». Ma con la speranza, per una sera, magari anche per due, ripensando al ritorno del san Paolo, che almeno el matador resti avvolto (quanto Napoli) in quel turbamento ch’è piacere ma anche tremolio, inquietudine, tormento che si sovrappone all’estasi e che nessuno debba spingersi a sussurrargli, sorridendo amaramente: tu quoque, Cavani?
fonte:corrieredellosport