A “Fatti di Nera” il caso dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte. Ne parla l’avvocato di Sorrento Luigi Alfano

Nel programma “Fatti di Nera” su Cusano Media Play si è parlato dell’omicidio del 21enne Willy Monteiro Duarte. Sulla vicenda è intervenuto l’avvocato di Sorrento Luigi Alfano – criminologo forense, Ctu e perito del Tribunale di Torre Annunziata e Procura di Napoli, avvocato cassazionista del foro di Nocera Inferiore e docente.
Era il 6 settembre 202o quando il 21enne Willy Monteiro Duarte, italiano di origini capoverdiane che abitava a Paliano nel Frusinate, venne ucciso a calci e pugni a Colleferro (Roma), dopo essere intervenuto in difesa di un suo compagno di suola aggredito da alcune persone del posto.
Il sostituto procuratore generale di Roma ha chiesto la condanna all’ergastolo per Gabriele e Marco Bianchi, i fratelli di Artena (Frosinone) che facevano parte del branco che uccise Willy Monteiro Duarte. Carcere a vita sollecitato nell’ambito del secondo processo di appello disposto dalla Cassazione limitatamente al riconoscimento delle attenuanti mentre la responsabilità penale per l’omicidio è passata in giudicato.
Nel primo processo di appello i due imputati erano stati condannati a 24 anni. Nel corso della requisitoria il rappresentante dell’accusa ha ricordato che il “brutale pestaggio durò cinquanta secondi” e in quell’aggressione i due fratelli Bianchi ebbero “un ruolo preponderante con Gabriele, esperto dell’arte marziale Mma, che dà il via con un violento calcio al petto di Monteiro seguito subito da Marco Bianchi”. I due, secondo l’accusa, non hanno avuto alcun tipo di “revisione critica” di quanto compiuto.
La Cassazione ha reso definitive le condanne a 23 anni per Francesco Belleggia e a 21 anni per Mario Pincarelli, gli altri due del branco che si affiancarono da subito ai fratelli e colpirono Willy con un violento calcio alla testa e con calci e pugni quando ormai il ragazzo è a terra inerme.
La Cassazione nella sentenza dell’aprile dello scorso anno, accogliendo il ricorso della Procura, ha affermato che quanto scritto nelle motivazioni del processo di secondo grado, in cui furono ridotte dall’ergastolo a 24 anni le condanne per i due di Artena, appare “contraddittorio” e “carente” rispetto all’esigenza di fornire una giustificazione puntuale e adeguata delle conclusioni raggiunte in senso difforme rispetto a quelle a cui era approdata la Corte di Assise.
I supremi giudici evidenziano anche il riferimento, citato in quelle motivazioni, al clamore mediatico come elemento di attenuazione dello spessore della personalità negativa dei due imputati, per come tratteggiata dai mezzi di comunicazione.